Il Flautista malato d'amore
Un signore, anzi un gentiluomo, lancia uno sguardo tenero e dismagato oltre i confini del suo mondo. Le mani morbide e piene sorreggono un flauto come se fosse un cristallo prezioso, il vistoso cappello e le fogge del ricco mantello parlano di un contesto di alta società, ma il suo nome resta ignoto.
Sulle sue tracce, si sono messi i Civici Musei di Brescia, che in Pinacoteca, nell’occasione della mostra
Da Raffaello a Ceruti - Capolavori della pittura dalla Pinacoteca Tosio Martinengo (in visione fino al 3 settembre, ogni giorno dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 18 con chiusura il lunedì), hanno idealmente sezionato il dipinto, soppesandone ogni particolare, misurando chiaroscuri e apparato iconografico, per ritrovare la storia segreta celata nel celebre
Ritratto di gentiluomo con flauto, una delle opere più emblematiche del Savoldo.
Una tela con un passato avventuroso, che dopo vicende tuttora ignote la porta nel Kent, alla corte del terzo duca di Amherst, per poi arrivare in una galleria londinese, quindi a Firenze, in una girandola rocambolesca che la trascina fino a New York, negli anni Sessanta, per giungere infine alla sua attuale collocazione in Pinacoteca Tosio Martinengo per volontà della Bipop, cui appartiene il dipinto.
Sfuggente come il suo protagonista, pensoso e introspettivo, un anticonformista del tempo, che disdegna i più nobili strumenti a corde tipici della tradizione ritrattistica veneziana, il dipinto viene oggi riconosciuto come opera risalente al 1525 circa, di cui vengono messi in luce i toni pre-caravaggeshi, i sottili chiaroscuri e le atmosfere palpabili che ne fanno uno degli episodi più rappresentativi della produzione dell’artista bresciano.
Ma la vera novità, che gli studi comparatistici condotti da Francesco Frangi – autore della ricerca pubblicata nel recente catalogo a cura di Elena Lucchesi Ragni e Renata Stradiotti - hanno evidenziato, converge su due universi intriganti: la musica e le relazioni umane.
Nel foglio appeso alla parete del dipinto si legge infatti un brano musicale, su cui appare la stessa firma del pittore, e sul quale molti studiosi si sono arrovellati: si è parlato di una composizione corale e di musica polifonica, cercando di individuare un rimando preciso alle note quasi cesellate dal Savoldo, senza tuttavia mai arrivare ad un esito condiviso.
La ricostruzione che oggi viene avanzata, imperniata su studi effettuati da Colin Slim, identifica la musica con una precisione quasi matematica: una composizione proto-madrigalistica a quattro voci, di cui si conosce l’autore, l’ecclesiastico padovano Francesco Santacroce.
E’ proprio su questo indizio che entrano in gioco i legami personali, che il
Ritratto conferma autentico motore del mondo, nel Cinquecento come oggi. Se infatti la tela tradisce il fitto dialogo artistico intercorso tra il Savoldo e Lorenzo Lotto, in un momento fondamentale del percorso compositivo del pittore bresciano, altrettanto importante sembra essere un altro incontro.
Riconoscendo quale autore della musica suonata dal gentiluomo del
Ritratto il Santacroce, maestro di cappella nella cattedrale di Treviso, città in cui lo stesso Savoldo è operante, verso il 1521, non è azzardato ipotizzare una frequentazione fra musicista e pittore, da cui scaturirà, in anni successivi, proprio la composizione del
Ritratto. Quasi in un cerchio in cui musica, pittura e letteratura si fondono all’unisono, dal momento che l’antico sonetto anonimo per cui il Santacroce realizzò il suo componimento rappresenta un accorato lamento del poeta, vinto da Amore, che invano chiede di essere visitato dalla Morte.
Lo stesso appello, forse, rivolto dal gentiluomo effigiato nel dipinto, flautista malato d’amore, che si strugge silenzioso nelle delicate malinconie dei tratti savoldeschi.