L'enigma delle 4 stagioni

Area Archeologica Capitolium

L'enigma delle 4 stagioni.

Una statuina della Vanitas. Delle vecchie tele nel Connecticut. Un tratto nervoso e minuziosamente descrittivo.
Frammenti di un rompicapo che ha ingaggiato negli anni gli storici dell’arte, alla ricerca di una chiave per dare un autore certo alle quattro maestose raffigurazioni delle Stagioni custodite in Pinacoteca Tosio Martinengo, e dipinte alla maniera dell’Arcimboldi, l’artista milanese che nel tardo Cinquecento decise che non era più tempo di comporre secondo i canoni classici, ma era necessario trovare altre vie. Quelle dei fiori e della frutta, prestati a descrivere le anatomie umane con precisione quasi chirurgica, sconfinate nature morte trasformate in personaggi, per ingannare abilmente i sensi e le percezioni di chi guarda.
Attorno alle tele della Primavera e dell’Estate, donzelle dalle grazie esuberanti, plasticamente sdraiate come odalische, e a quelle dell’Autunno e dell’Inverno, figure maschili che compendiano la pienezza e il declino delle età dell’esistenza, si è sviluppato un acceso dibattito circa la loro attribuzione: una vera sfida, che ha portato prima a ipotizzare un autore ignoto di genere arcimboldesco di fine Cinquecento.
A minare questa teoria dalle fondamenta, però, ci si sono messi il granoturco e i peperoni, vegetali importati dall’America e diffusi in Lombardia solo dopo la peste del 1630: la loro presenza nei dipinti bresciani spostava necessariamente in avanti la data di composizione, mentre i succosi cedri effigiati nell’Inverno rimandavano inequivocabilmente all’area gardesana, restringendo ulteriormente il campo d’indagine al territorio bergamasco-bresciano e al Seicento inoltrato. Una curiosità è che i Civici Musei, grazie allo studio di Angelo Dalerba pubblicato nel catalogo della mostra Da Raffaello a Ceruti. Capolavori della Pinacoteca Tosio Martinengo, sono riusciti a catalogare 88 tipologie di fiori e frutti all’interno dei quattro dipinti, dal garofano barbato all’anemone, dalla zucca dei friggitori all’indivia ricciuta, passando per l’uva spina e il cavolfiore.
Il nome dell’autore, tuttavia, sfuggiva ancora. Ci sarebbero voluti un incontro ravvicinato con analoghe tele conservate nel Wadsworth Atheneum di Hartford, Connecticut, una Primavera e un’Estate ritenute della stessa mano, e una lettura più attenta della Natura morta – Vanitas di Antonio Rasio, conservata a Santa Giulia, per arrivare alla risoluzione del dilemma. Indizi precisi e concordanti, lo stesso tratto nervoso condiviso dalle Stagioni e dalla tela del Museo della Città, e una statuetta di Venere dinoccolata e flessuosa, presente nella Vanitas del Rasio, dalle inequivocabili similitudini con quella che appare sullo sfondo della Primavera di Hartford. Grazie ad un lavoro di meticolose comparazioni, le Stagioni della Pinacoteca, al pari delle tele di Hartford, sono state di recente attribuite al Rasio, e contestualizzate alla fine del Seicento, in ambiente bergamasco-bresciano.
Quello che la scoperta non ha spostato sono le invenzioni pirotecniche dell’autore, lungo una tradizione simbolica che risale alle Metamorfosi di Ovidio, e secondo lo stile arcimboldesco, rapidamente affermatosi presso le corti imperiali di Vienna e Praga sotto Massimiliano II d’Asburgo: la Primavera con gli occhi di ciliegia e le maniche di lattuga, l’Autunno con il panciotto di melograni e i capelli d’uva variopinta, ma soprattutto l’Inverno, reso da una soluzione iconografica ai limiti dell’astrattismo, in cui un cardo spinoso diventa un soffice vello imperlato di brina, mentre rape sanguigne e mele rubizze si prestano, nell’incantesimo di maniera, ad evocare fiamme e scintille su cui fanno corona le mani nodose del protagonista della tela.
Da qui al surrealismo il passo è davvero breve: gli uomini in bombetta di Magritte, o i papiers collés di Picasso e Matisse, partono da lì, tanto che proprio fra i moderni, Dada, avanguardisti, metafisici e pittori astratti, la maniera arcimboldesca ebbe grande successo, sull’onda di una riscoperta forse alla base dello stesso acquisto delle Stagioni per la Pinacoteca, risalente al 1952 (le tele rimangono in visione in Pinacoteca fino al 4 settembre, nell’ambito dell’esposizione Da Raffaello a Ceruti)

“Cara immaginazione, ciò che amo in te soprattutto è che tu non perdoni”, diceva Breton nel primo manifesto surrealista, quasi in un dialogo senza tempo, avviato, secoli prima, proprio dai pittori arcimboldeschi.

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