La cortigiana che si fece poetessa
Una cortigiana neoplatonica ambiziosa e seducente, o forse Salomè, ammaliante danzatrice del racconto evangelico che ottiene da Erode la decapitazione del Battista, o magari Erodiade, che di quest’ultima era la scaltra madre? Probabilmente tutte e tre le anime delle donne citate sono racchiuse del dipinto
Ritratto di Tullia d’Aragona come Salomè, opera del Moretto conservata in Pinacoteca Tosio Martinengo (esposta fino al 4 settembre nell’ambito della mostra
Da Raffaello a Ceruti Capolavori della Pinacoteca).
Per secoli l’ambiguità della figura ha acceso una vivace discussione critica: non era certo in gioco l’indubbia attribuzione al pittore bresciano, quanto il significato della tavola, e dell’abbinamento di una donna vissuta nella prima metà del Cinquecento ad un’iscrizione che rinvia alla danzatrice biblica.
Ida Gianfranceschi ed Elena Lucchesi Ragni dei Musei Civici hanno provato a penetrare i significati di quello che altro non è se non un ritratto a chiave, che parte dalla vita dissoluta indotta dalla figura materna, comune a Salomè e a Tullia d’Aragona (1510-1556), per raccontare le aspirazioni di una fascinosa “bugiarda”, che si spacciava come figlia dell’omonimo cardinale, gran conversatrice e suonatrice di liuto, cui fu imposto di portare il contrassegno delle cortigiane, ma che ben presto si riscattò, diventando una poetessa di fama, con il
Dialogo sull’Infinità dell’amore, pubblicato a Venezia nel 1547.
La poetessa – perché è questo che Tullia d’Aragona voleva apparire nel ritratto, pensato come mezzo di riscatto e come astuto lasciapassare per garantirsi un adeguato riconoscimento sociale – appare assorta in una meditazione profonda, avvolta in una soffice pelliccia e pudicamente vestita di velluti, mentre stringe uno scettro metafora delle sue nobili origini, circondata dalle fronde d’alloro, simbolo di gloria.
A ricordare il suo passato è un’iscrizione sul marmo, che rimanda a Salomè
quae sacru Ioanis caput saltando obtinuit, posta forse per esorcizzare idealmente quella figura che tante attinenze aveva con la propria vita.
Nonostante gli intenti didascalici, tuttavia, dopo quasi cinquecento anni lei è ancora lì, maliziosa e fintamente impettita, che seduce con lo slancio del collo candido e lo sguardo ambiguo di chi del mondo ha già conosciuto abbastanza.
Quanto al Moretto, al secolo Alessandro Bonvicino, sembra che l’esecuzione del dipinto avvenne nel contesto di quei cenacoli veneziani cui la poetessa partecipava, proprio nello specchio temporale in cui il letterato Sperone Speroni, nel Dialogo d’amore, riportava l’intenzione di Tullia di cambiare vita, e il suo apprezzamento per il genere ritratto e le sue valenze.
L’opera si inserisce inoltre in un periodo di svolta per il pittore bresciano, quello fra la seconda metà degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del Cinquecento, quando Moretto cercava di crearsi una nuova riconoscibilità come ritrattista cortese negli ambienti aristocratici e intellettuali delle corti italiane.