San Giorgio e il drago: la favola cortese sotto i raggi x svela dettagli inediti

Area Archeologica Capitolium

San Giorgio e Il Drago

Opere in cerca d’autore, pittori dal tratto sibillino, dal fraseggio che confonde, in cerca di un nome che li identifichi, restituendoli nel panorama artistico con una precisa collocazione.
Alla Pinacoteca Tosio Martinengo il lavorio scientifico fatto di studi e restauri, per collocare temporalmente opere della collezione o identificarne la mano, rappresenta un tratto qualificante di un museo dinamico, giovane a dispetto dei suoi centocinquant’anni di età.
La recente mostra “Da Raffaello a Ceruti – Capolavori della pittura dalla Pinacoteca Tosio Martinengo”, tuttora in visione fino al 4 settembre, ha offerto l’occasione per dare un più preciso ambito culturale e storico a dipinti della collezione, raggruppati nella sezione conclusiva “Opere in cerca d’autore”, che documenta le attività di ricerca e attribuzione più recenti dei gioielli maggiormente oscuri della raccolta.
Come la tavola nascosta dal Settecento nella sagrestia della chiesa di San Giorgio, raffigurante proprio l’omonimo Santo nell’atto di liberare la principessa dal drago. “Travaglio d’un antichissimo pennello” come lo definisce la critica settecentesca, l’opera manca di un’attribuzione certa: che sia Montorfano, oppure autori bresciani come Testorino e Prandino, Paolo da Caylina il Vecchio o un maestro cremonese, è tuttora difficile trovare una valutazione condivisa.
Per capirci di più, quanto meno sull’epoca e l’ambito di influenze, i Civici Musei hanno effettuato analisi scientifiche, tuttora in corso, da cui sono emerse importanti novità.
Metti la favola cortese sotto i raggi x, e ne uscirà un dipinto nuovo, restituito nelle sue fattezze originarie, in cui i dettagli cambiano di segno e l’impostazione scenica sembra acquisire una coloritura più empatica di ciò che si vede a occhio nudo.
Si chiamano osservazioni a luce radente e riflessa, riprese microfotografiche e a luce ultravioletta, riflettografia infrarossa, le operazioni di indagine scientifica effettuate sulla tavola, per guardare oltre le aggiunte apportate nel corso dei secoli. E per far emergere, sotto le rivisitazioni successive, una scena originaria più fluida e drammatica, con un San Giorgio in tenuta militare più fiero e protagonista dell’azione, una principessa arretrante e dalla scarpina maliziosamente esposta, gli sguardi fortemente espressivi, la ricerca del volume e dei contrasti luminosi.
Grazie a tali studi è stato possibile assegnare il dipinto alla metà del Quattrocento nell’ambiente bresciano, ancora segnato dalla presenza di Gentile da Fabriano per decorare la cappella di Pandolfo Malatesta in Palazzo Broletto, secondo modelli stilistici ed iconografici riflessi nella tavola di San Giorgio.
Tutto questo è intuibile nel dipinto così come è esposto, in cui allo spettatore, anche senza raggi x, è dato ricostruire l’opera originaria partendo dal drago, l’unica figura passata indenne nel corso dei secoli, con le ali punteggiate da piccoli cuori, gli uncini e le borchie perlinate di grande resa scenica che lo rendono quasi moderno nella sua antichità.
C’è tempo ancora fino a settembre per ammirare il San Giorgio ritrovato, in Pinacoteca, che osserva gli orari dalle ore 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 18 (chiuso il lunedì), con possibilità di prenotare anche visite esclusive serali di gruppo, dopo l’orario di chiusura. Poi, con ottobre, altri Tesori ritrovati, attualmente in restauro, animeranno la stagione espositiva invernale con una speciale mostra tematica.

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