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Musei del Castello

Le 10 giornate di Brescia

 

Nel passaggio più delicato dell’epopea risorgimentale, il 1848, il popolo bresciano organizza un comitato clandestino capeggiato da Tito Speri e da don Pietro Boifava, curato a Serle. Sarà la notizia della prevista riscossione, da parte degli austriaci, di una multa cospicua, imposta alla cittadinanza per una precedente insurrezione cittadina, a scatenare, il 23 marzo del 1849, la ribellione collettiva contro l’oppressore. La scintilla fu innescata anche dalle voci contrastanti che provenivano dal fronte, nella seconda fase della Prima guerra d’Indipendenza (1848-1849), dichiarata da Carlo Alberto, re di Piemonte e Sardegna, per conquistare il Lombardo-Veneto, liberandolo dagli Austriaci. Arrivavano, infatti, notizie fuorvianti di vittoria delle truppe sabaude, mischiate ai dispacci reali sulla sconfitta piemontese a Novara (23 marzo 1849), cui seguì l’abdicazione di Carlo Alberto e la firma dell’armistizio di Vignale (24 marzo 1849) fra il nuovo re, Vittorio Emanuele II e il generale Radetzky.
Brescia, insorta confidando nell’aiuto piemontese, scelse di non arrendersi agli austriaci nuovamente vincitori, ingaggiando una resistenza per dieci, lunghissimi giorni, con il coinvolgimento della gente, che lottò strenuamente casa per casa e dietro le barricate allestite nei punti chiave della città, mentre gli austriaci, arroccati in Castello, bombardavano il perimetro urbano.
L’intera città divenne teatro di guerra: la Torre del Pégol di Palazzo Broletto si prestò, alla stregua di altri edifici, come vedetta da cui impostare le strategie di difesa e come base operativa dei tiratori scelti, per mirare agli austriaci riparati sul Colle Cidneo. Ad essere bersagliati dalle granate asburgiche furono anche i simboli più alti della municipalità, come Palazzo Loggia, in cui tuttora permane, alla base della parete meridionale del Salone Vanvitelliano, il foro causato da un proiettile austriaco sparato dal Castello.
Gli insorti, guidati da Tito Speri, riuscirono a battere i nemici a Porta Torrelunga e a S. Eufemia, mentre la guerriglia si allargava anche ai Ronchi, e coinvolgeva come teatro di guerra S. Barnaba e Contrada Sant’Urbano.
La resa della Leonessa d’Italia si ebbe solo alla fine di dieci giorni di combattimento estremo, il 1° aprile 1849, dopo che il famigerato maresciallo Haynau, detto “la jena” (il cui nome rimane tuttora legato alla palazzina eretta all’ingresso del Castello), era accorso in sostegno della guarnigione austriaca guidata dal generale Nugent (di cui al Museo del Risorgimento è conservata l’uniforme). Nella notte del 31 marzo, infatti, sfruttando la viscontea Strada del Soccorso, un salvacondotto segreto e tuttora esistente che collega la sommità del Castello alla città, nuovi presidi armati guidati da Haynau erano riusciti a raggiungere il Cidneo.
L’insurrezione fu spenta nel sangue, con una repressione violenta nei confronti dei civili, piegati da fucilazioni che si protrassero nel tempo, fino al 12 agosto, data dell’amnistia voluta da Radetzky. Gli insorti fatti prigionieri vennero rinchiusi in Castello e molti di loro fucilati nei fossati e sugli spalti e sepolti sul posto. Nel complesso furono 378 i civili morti durante le Dieci Giornate.
L’insofferenza nei confronti dei dominatori austriaci, tuttavia, non fu sopita, tanto che Tito Speri animerà un nuovo comitato insurrezionale clandestino, una scelta che gli costerà la vita, finendo impiccato sugli spalti di Belfiore, a Mantova, nel 1853.
Dell’insurrezione bresciana passata alla storia rimane tuttora, fra le sale del Museo del Risorgimento, una sorta di reportage dettagliato e ante litteram, reso dalla varietà di dipinti e oggetti, fra cui spiccano i ritratti di Tito Speri e di padre Maurizio Malvestiti, firmati da Angelo Inganni, oltre a quelli dei molti protagonisti, meno noti, delle Giornate. Una documentazione quasi in presa diretta dei momenti più salienti la offrono invece le quattro tele di Faustino Joli, fra cui quella del Combattimento a S. Barnaba, insieme a litografie e carboncini che raccontano scene di bombardamento notturno e di fucilazione dei patrioti.
Il coraggio leonino con cui Brescia si distinse in epoca risorgimentale le vale, ancora oggi, l’appellativo di Leonessa d’Italia, coniato da Giosuè Carducci nelle Odi barbare, Libro V, componimento del maggio 1877, che si chiude con la celebre quartina

Lieta del fato Brescia raccolsemi,
Brescia la forte, Brescia la ferrea,
Brescia leonessa d’Italia
beverata nel sangue nemico



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