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Catalogo generale
La scuola bresciana del '500
I capolavori. Raffaello, Angelo
I capolavori. Raffaello, Cristo Redentore benedicente
I capolavori. Raffaello.
Madonna con il Bambino
(Madonna dei garofani)
 

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Pinacoteca Tosio Martinengo

 
 
PER UNA NUOVA PINACOTECA: UN OMAGGIO AI GRANDI DONATORI

I dipinti della collezione Tosio e della scuola pittorica bresciana
I vetri veneziani della collezione Brozzoni


 
                 

In attesa che a marzo 2018 riapra la storica sede di palazzo Martinengo Da Barco, il Museo di santa Giulia ospita temporaneamente una selezione di dipinti della Pinacoteca Tosio Martinengo. Nelle sale, la storia dell’arte italiana si intreccia con quella della cultura figurativa della città: le opere della raffinata raccolta appartenuta a Paolo Tosio – dall’Angelo di Raffaello alla Eleonora d’Este di Canova – si affiancano allo Stendardo di Orzinuovidi Vincenzo Foppa, all’Adorazione dei pastori di Savoldo e allo straordinario nucleo dei dipinti di Giacomo Ceruti, celebri e rappresentativi esempi della pittura bresciana, nota per la sua attenzione alla realtà. L’ideale proseguimento di questa esposizione si trova al Museo Diocesano della città, presso il quale hanno trovato sede le grandi pale di Romanino e Moretto. 
In virtù del lascito della sua collezione al Comune di Brescia, decretato per testamento nel 1832, Paolo Tosio (1775-1842) fu il vero e proprio fondatore della Civica Pinacoteca bresciana, che aprì i battenti nel 1851 nella dimora a lui appartenuta. Nella configurazione complessiva della raccolta, di gusto aggiornatissimo e cosmopolita, il ruolo preminente era riservato alle opere commissionate a o acquistate da artisti contemporanei del calibro di Antonio Canova, Francesco Hayez, Berthel Thorvaldsen, Pelagio Palagi e Giuseppe Canella. I quadri di pittura antica – tra i quali due capolavori giovanili di Raffaello – rivelano un preciso indirizzo di gusto, orientato al classicismo bolognese e centro-italiano e interessato soprattutto ai maestri del primo Cinquecento - Lorenzo Lotto, Fra Bartolomeo, Andrea Solario - ammirati per la grazia e per la dolcezza, tra il religioso e il sentimentale, delle loro figure.
Il cuore della Pinacoteca Civica è costituito dalla pittura bresciana del Rinascimento, che ebbe i suoi principali interpreti in Vincenzo Foppa, Giovanni Gerolamo Savoldo, Girolamo Romanino e Alessandro Moretto. Benché presentino tra loro caratteri distinti, le opere di questi maestri rivelano non pochi fondamenti comuni, che rendono ancora oggi plausibile parlare di una scuola bresciana. A legittimare questa categoria storiografica è la capacità, da parte dei protagonisti di quella stagione figurativa, di recepire le grandi esperienze coltivate a Milano e a Venezia traducendole in una formula originale: un linguaggio nel quale l’approfondimento realistico e lo studio dei fenomeni luministici si coniugano con un registro espressivo di grande immediatezza, che privilegia uno sguardo schietto sulle cose e sulle persone, rifuggendo ogni tentazione aulica o retorica.
La Pinacoteca Tosio Martinengo custodisce numerose opere dei secoli XVII e XVIII: si tratta per lo più di dipinti ‘da cavalletto’, ovvero quadri di piccole dimensioni, destinati a decorare gli interni domestici. I temi e i generi sono spesso derivati – o largamente influenzati – da quella fiamminga e olandese: si tratta di paesaggi e marine, nature morte, dipinti di animali, scene bucoliche e burlesche. A questi soggetti si affiancano, nel solco della tradizione cinquecentesca, i ritratti e le storie sacre e profane. In ambito bresciano, meritano attenzione i cosiddetti "pittori della realtà" come Antonio Cifrondi e Giacomo Ceruti, noto con il soprannome di Pitocchetto per la sua propensione a raffigurare mendicanti e persone di umile estrazione (“pitocchi” appunto), Ceruti trascorse a Brescia gli anni dal 1721 al 1734, realizzando fra l’altro la serie di pitture conosciuta come ‘ciclo di Padernello’, alla quale appartengono I calzolaiLa scuola di ragazzeLa filatrice e L’incontro nel bosco. Pur rientrando nella tradizione della scena di genere, le sue composizioni a tema pauperistico si distinguono, fra l’altro, per la naturalistica restituzione delle fisionomie, mai stereotipate, e per la rinuncia al grottesco, a favore di una intensità espressiva che ha il carattere del ritratto.